Bene, pensò Harry, guardando l'orologio digitale sul comodino
alla sua sinistra
segnava l'una del mattino. Domani a quest'ora sarà
già tutto finito, e forse finalmente ci sarà un po' di pace
per tutti e due.
Era appoggiato con le spalle e la nuca alla testiera del letto, nella sua camera:
il suo appartamento era al dodicesimo piano di un palazzo nel cuore della Londra
Babbana, non lontano da King's Cross, e dalle grandi finestre si vedeva un panorama
invidiabile. Non che gliene importasse qualcosa
non era per quello che
aveva scelto di abitare lì. Ad essere sinceri, non si poteva neanche
parlare di scelta: finita la scuola, se n'era andato dalla casa dei suoi zii
a Little Winging, ed aveva cominciato l'addestramento per diventare Auror, insieme
a Ron. L'addestramento si svolgeva a Londra, quindi era sembrato logico abitare
lì
Per diversi anni aveva condiviso l'appartamento proprio con
Ron: l'addestramento durava tre anni, ma loro avevano continuato ad abitare
insieme anche in seguito. Harry avrebbe sempre ricordato quegli anni come i
più sereni della sua vita: certo, c'erano sempre i soliti gravi problemi,
ma quella che lui intendeva come tranquillità era un'altra cosa. A quei
tempi non c'era nessuna casa vuota ad aspettarlo, quando tornava la sera. Non
c'era il buio, non c'era quel silenzio assordante che nessun suono riusciva
a sovrastare. Ma più di tutto, non c'era quella solitudine opprimente
che ogni giorno gli serrava il cuore in una morsa sempre più stretta
Era lì disteso a fissare lo schermo del televisore da almeno due ore,
ma non aveva sentito neanche una parola: il suo cervello era sintonizzato su
un'altra lunghezza d'onda. Non era tanto il ricordo di quei giorni sereni in
sé a fargli male
era piuttosto la consapevolezza che non ce ne
sarebbero stati mai più altri, in futuro. Non si trattava di pessimismo
o cose del genere: stava soltanto cercando di essere realista. Ron se n'era
andato già da tre anni: si era sposato con Hermione, ed erano andati
a vivere a Hogsmeade. Lavoravano entrambi come professori a Hogwarts: Hermione
era insegnante di Aritmanzia da un paio d'anni, e Ron era diventato - nientedimeno
- docente di un nuovo corso che il Ministero aveva deciso di introdurre nel
piano di studi dopo lo scoppio della Seconda Guerra: Difesa Pratica. Era stato
ferito gravemente durante una battaglia contro i Mangiamorte, circa un anno
prima, e non si sarebbe mai rimesso completamente: zoppicava vistosamente, e
una lunga cicatrice gli deturpava il lato sinistro del viso. I superiori avevano
deciso di mandarlo a insegnare Difesa agli allievi di Hogwarts, almeno finché
non si fosse sentito di nuovo pronto ad affrontare il nemico faccia a faccia.
Harry era rimasto l'unico a militare ancora fra le file degli Auror, e nonostante
il suo proverbiale disprezzo per le regole e per l'autorità stava facendo
carriera piuttosto rapidamente. Era un Auror straordinario: veloce, furbo, calcolatore.
La sua testa funzionava nel modo giusto: era sempre stato così, fin da
quando era un ragazzino, e l'aver finalmente imparato a tenere sotto controllo
la sua istintività aveva fatto aumentare le sue quotazioni. Era il migliore.
Glielo dicevano spesso, ma neanche di quello gli importava un granché.
Prese il telecomando e fece zapping per qualche minuto, ma un programma valeva
l'altro: tanto non sarebbe mai riuscito a concentrarsi abbastanza. Spense la
tv e la stanza piombò nel buio.
Dopo qualche attimo, si alzò in piedi e si avvicinò alla finestra.
La notte era limpida, serena, ma purtroppo a Londra era impossibile riuscire
a vedere le stelle: troppa luce, troppo fumo, troppo smog. Appoggiò la
fronte al vetro fresco, e chiuse gli occhi per un attimo. Gli tornarono in mente
mille ricordi diversi nello spazio di pochi secondi: altri cieli stellati, altre
luci che pulsavano nella notte
braccia che lo stringevano, occhi che lo
guardavano con amore. Le sue braccia, i suoi occhi.
Sapeva che sarebbe successo: aveva pensato a quella notte in ogni singolo momento
degli ultimi quattro anni. L'aveva temuta, odiata, a volte persino attesa con
ansia
sperava che il giorno dopo tutto sarebbe andato meglio, ma sospettava
che non sarebbe stato così. Non ci sarebbe mai stata più pace
nel suo cuore, mai più un angolo di paradiso sulla terra per lui. Aveva
distrutto tutto quello che possedeva con le sue mani, e non era pentito
se avesse potuto riportare il tempo indietro, avrebbe agito esattamente allo
stesso modo, perché era stata la cosa giusta da fare.
Questo però non gli aveva impedito di disperarsi
non gli impediva
di stare male, di camminare ogni giorno della sua vita con il fardello peggiore
che si fosse mai trovato a portare sulle spalle.
Si raddrizzò, staccando la fronte dal vetro, e ci appoggiò sopra
il palmo aperto della mano. Il gesto gli riportò in mente altre scene:
un treno che partiva, la sua mano poggiata al finestrino, un'altra mano più
piccola appoggiata dall'altra parte del vetro, esattamente sotto la sua.
E' troppo difficile, pensò. Troppo doloroso. Non ce la faccio.
Si allontanò dalla finestra, e si gettò sul letto, sdraiandosi
sulla schiena. Si coprì gli occhi con un braccio, e cercò di arginare
il dolore che lo stava travolgendo, come un mare in piena. Avrebbe pianto volentieri,
per sfogarsi, ma aveva già consumato tutte le sue lacrime, in una notte
di tanti anni prima.
Ricordava quella notte come se fosse accaduto tutto soltanto il
giorno precedente
i colori dell'autunno nel parco al tramonto, l'aria
che sapeva di fumo e di pioggia, le foglie che scricchiolavano lungo i viali.
Era il 19 Ottobre: quella data era stampata nella sua mente e non sarebbe sbiadita
col tempo. Se si concentrava abbastanza, riusciva a ricordare persino l'esatto
stato d'animo che lo pervadeva mentre attraversava la strada che fiancheggiava
il parco e varcava i cancelli con passo deciso. Era vestito come un Babbano:
jeans, anfibi neri, un maglione bianco con il collo alto e un lungo cappotto
scuro, che ricordava vagamente un mantello. Il suo cuore batteva a mille, e
per quanto si sforzasse di sembrare naturale gli pareva di non riuscirci affatto:
aveva l'impressione che tutti, anche gli estranei, notassero il segreto che
si portava dentro da almeno una settimana, che lo stava consumando lentamente.
Dopo qualche minuto di camminata solitaria l'aveva vista, seduta sulla solita
panchina, quella vicino alla fontana. Per qualche secondo aveva avuto la tentazione
di girare sui tacchi e andarsene, scappare via correndo più veloce che
poteva
ma poi lei lo aveva visto, gli aveva sorriso e lo aveva salutato
con la mano, e non ce l'aveva fatta. Lei non meritava un trattamento del genere.
Inspirando profondamente, aveva affondato le mani nelle tasche e aveva percorso
lentamente gli ultimi metri che li separavano
la distanza più lunga
e faticosa che avesse mai dovuto superare in tutta la sua vita.
Ginny si era alzata, quando lui le era arrivato vicino, per abbracciarlo. L'aveva
stretta a sé, come faceva sempre, e aveva chiuso gli occhi per un attimo,
respirando il profumo dolce dei suoi capelli
non riusciva a credere che
l'avrebbe fatto davvero. Stava succedendo proprio quello che avrebbe voluto
evitare a tutti i costi: era per questo che avrebbe tanto preferito scriverle
una lettera, o dirle tutto al telefono. Non riusciva a staccare la spina, a
non pensare, in ogni secondo, che quello sarebbe stato l'ultimo giorno di normalità
insieme a Ginny
ogni gesto, ogni sguardo, tutto gli riportava alla mente
che quelle cose banali, che aveva sempre dato per scontate, non si sarebbero
ripetute mai più.
"Harry, ti senti bene
?" la voce di lei lo aveva riscosso dai
suoi pensieri cupi.
Si era accorto che la stava ancora abbracciando. Aveva allentato la stretta
e l'aveva guardata negli occhi, sforzandosi di sorridere.
"Hai detto che dovevi parlarmi
cosa c'è?" gli aveva chiesto,
fissandolo con uno sguardo preoccupato. Evidentemente il suo sorriso non era
stato dei più convincenti.
Harry l'aveva tenuta stretta a sé per tutto il tempo, con le gambe di
traverso sulle sue, appoggiata sul proprio petto
aveva parlato per ore,
e Ginny lo aveva ascoltato, in silenzio. Le aveva detto quello che in tutti
quegli anni si era tenuto dentro: le sembrava di non essere mai stato abbastanza
sincero con lei, neanche dopo che si erano messi insieme, perché non
era certo che avesse capito quanto fosse davvero importante e indispensabile
nella sua vita. Era stato difficile spiegarle perché la stesse lasciando
si erano seduti su quella panchina che il sole stava appena tramontando, e a
notte fonda erano ancora lì, nella stessa identica posizione, stretti
l'uno all'altra come due naufraghi in mezzo all'oceano
solo che stavano
piangendo entrambi.
Dopo quella notte, il loro rapporto era finito bruscamente: non
si erano più sentiti al telefono, non si erano più incontrati
se non per caso, di sfuggita, dal momento che lavoravano tutti e due al Ministero
ma - per fortuna - in due reparti completamente diversi.
Harry era stato malissimo, e sapeva che anche Ginny non se la cavava molto meglio:
le rare volte che gli capitava di incrociarla nei corridoi o in ascensore notava
il suo pallore, le occhiaie profonde, l'espressione triste dei suoi occhi. Quegli
occhi
quante volte li aveva sognati, durante le innumerevoli notti solitarie
dopo che lei se n'era andata di casa
Non riusciva a sostenere il suo sguardo
per più di pochi secondi, perché lo faceva sentire imbarazzato
ed eccitato al tempo stesso: negli occhi di Ginny continuava a vedere lo stesso
amore sconfinato che gli avevano sempre comunicato
e per quanto sentisse
di non meritarlo, questo fatto non lo lasciava indifferente.
Erano stati giorni difficili
poi i giorni si erano trasformati in settimane,
le settimane in mesi
e quasi in un batter d'occhio, da quella notte del
19 Ottobre erano già passati più di sette anni. Sette anni di
dolore, per quanto lo riguardava
sette anni di sguardi rubati, di sorrisi
nascosti, di pianti solitari di tanto in tanto, quando il dolore era davvero
troppo forte per poter essere tenuto a freno. Aveva provato ad avere altre storie
aveva conosciuto altre donne, le aveva portate a cena, a letto, con un paio
di loro le cose erano persino diventate più serie, e avrebbero potuto
funzionare. Avrebbero potuto
ma era lui che non funzionava, e ogni volta
che una nuova relazione naufragava e restava solo in quella casa buia e silenziosa
gli sembrava, in fondo, di aver sempre saputo, fin dall'inizio, che le cose
sarebbero andate in quella direzione. Le sue donne avevano sempre avuto un'unica
cosa da rimproverargli: il fatto che non si concedesse totalmente, ed era vero.
Se ne rendeva conto, ma non riusciva a fare diversamente. Era come se dopo la
fine della sua storia con Ginny avesse chiuso a chiave una delle porte del suo
cuore
e quella porta, probabilmente, non si sarebbe riaperta mai più.
Oggettivamente era un buon compagno, quello che molte donne avrebbero sognato
di avere accanto: era dolce, gentile, affettuoso, divertente
era sexy
e bravo a letto. Ma a volte si insinuava in lui una certa freddezza, qualcosa
di simile a una distanza, a un'assenza, che faceva sentire la persona che gli
stava accanto quasi un'intrusa. Erano momenti brevi, di cui lui quasi non si
sarebbe accorto, se dopo un po' non avessero cominciato a farglielo notare.
Il fatto è, avrebbe voluto gridare, che non posso fare più di
così... ma come poteva pretendere di spiegare a qualcuno il tumulto di
sentimenti che gli si agitava dentro?
Quasi sempre riusciva a vivere normalmente
quando faceva l'amore con la
donna con cui stava, quando rideva con lei e la teneva stretta, non era una
finzione. Dopo Ginny, nonostante tutto, era ancora capace di amare, ma non era
la stessa cosa
non sarebbe stata mai più la stessa cosa. L'amore
- il tipo di amore - che aveva provato per Ginny apparteneva a lei sola, e adesso
era chiuso in quella stanza segreta in fondo al suo cuore.
Nessuno sapeva come fossero andate veramente le cose: tutti erano convinti che
lui e Ginny si fossero lasciati di comune accordo, perché l'amore fra
loro era finito. Harry non capiva come avessero potuto credere a quella versione
dei fatti: a parte nei primi mesi dopo la rottura, quando a malapena si rivolgevano
la parola e non si guardavano neanche in faccia direttamente, per il resto il
loro comportamento in quegli anni aveva decisamente tradito i sentimenti che
provavano l'uno per l'altra. Il problema era che l'amava ancora. La stanza segreta
era chiusa per tutti gli altri, ma non per lui
ogni tanto, quando sembrava
così distante e perso nei suoi pensieri, in realtà stava vagando
da quelle parti. Non l'apriva spesso di proposito, ma a volte succedeva indipendentemente
dalla sua volontà
soprattutto di notte, quando le sue difese erano
abbassate, e la parte di lui che non aveva mai lasciato andare Ginny tornava
a vivere ancora.
Non aveva perso i contatti con la famiglia di Ginny, non avrebbe mai potuto:
i Weasley erano l'unica vera famiglia che avesse mai avuto in tutta la sua vita.
La signora Weasley ogni tanto insisteva perché Harry andasse a mangiare
da loro, come aveva sempre fatto fin da quando era un ragazzino. Durante le
cene alla Tana, quando c'era una grandissima confusione di voci, di risate,
di urla di bambini, Harry e Ginny restavano spesso a guardarsi negli occhi,
attraverso il tavolo, e in quei momenti era come se niente fosse mai cambiato.
Era doloroso, ma troppo bello per poterci rinunciare. Mentre la guardava in
silenzio, Harry poteva ancora immaginare che, alla fine di quella serata, si
sarebbero alzati dal tavolo e sarebbero tornati a casa insieme, come era successo
tante volte in passato. Non aveva mai portato nessuna donna a una di quelle
cene, e non perché non ce ne fosse stata l'occasione: non voleva ferire
Ginny più di quanto fosse necessario. Quanto a lei, si era sempre comportata
allo stesso modo
almeno fin quando nella sua vita era entrato Jacob Mosley.
Jacob era un funzionario del Ministero: aveva frequentato la scuola insieme
a Percy, il fratello di Ginny, ma subito dopo il diploma era andato a lavorare
all'estero. Era tornato da circa quattro anni, e gli era stato assegnato un
posto nello stesso reparto di Ginny. Quando avevano cominciato a uscire insieme,
la voce era circolata e Harry l'aveva saputo quasi subito. Fin dall'inizio aveva
avuto il sentore che quella storia sarebbe stata diversa dalle altre: quando
qualche settimana dopo si era ritrovato Jacob seduto accanto, nella cucina della
Tana, ne aveva avuto la conferma.
Avrebbe potuto detestarlo, o essere geloso
essere furioso con Ginny, perché
aveva tradito quella specie di tacito accordo che c'era fra loro di non portare
mai i rispettivi partner alle cene "di famiglia"
ma non era
riuscito a fare nessuna di queste cose. Per la prima volta da quando si erano
lasciati, aveva visto Ginny diversa
non avrebbe saputo spiegare esattamente
in che modo. Era palesemente imbarazzata per via della sua presenza, ma non
era solo quello
era stato il modo in cui guardava Jacob a farlo riflettere.
C'era calore nei suoi occhi, sembrava più serena
e Jacob di certo
la adorava. Al ritorno da quella cena, la sera stessa, Harry era rimasto a lungo
sveglio a pensare. Tutto quello che voleva veramente era che Ginny fosse felice,
e al sicuro
e visto che non poteva realizzare tutto questo per lei, era
giusto che lo facesse qualcun altro.
L'orologio sul comodino segnava le due e venti del mattino. Harry si agitò
nel letto, gemendo: doveva essersi appisolato. Si tirò su a sedere, e
si passò una mano fra i capelli: aveva un mal di testa terribile. Si
alzò e si diresse in bagno, dopo essersi infilato una paio di jeans e
una maglietta nera a maniche corte. Voleva cercare un antidolorifico.
Stava rovistando nell'armadietto dei medicinali, con aria concentrata, quando
sentì bussare alla porta d'ingresso: dei colpi decisi, piuttosto insistenti,
che lo fecero trasalire. Aggrottò la fronte, perplesso, e attraversò
il corridoio, a piedi nudi, fino all'ingresso. Chi diavolo poteva essere a quell'ora?
"Chi è
?" domandò, poggiando una mano sul legno.
"Sono io, Harry
"
Conosceva quella voce, l'avrebbe riconosciuta anche in mezzo al frastuono di
una tempesta
chiuse gli occhi un attimo, nel tentativo di calmarsi, ma
fu tutto inutile.
Quando aprì la porta e se la trovò davanti, piccola e dolce com'era,
gli sembrò quasi che il suo cuore avesse smesso di battere, e dovette
faticare per trovare un po' d'aria da far circolare nei polmoni.
"Ginny
" sussurrò. "Che cosa
cosa ci fai qui?"
Ginny sorrise, incerta, e si strinse nel cappotto bianco. Su quel pianerottolo
male illuminato faceva piuttosto freddo e lei, con i suoi capelli rossi e gli
occhioni sgranati, sembrava una bambina sperduta. Ebbe voglia di prenderla fra
le braccia e di coccolarla, riscaldarla
ma era un'assurdità.
"Mi fai entrare
?" gli disse, sottovoce.
"Certo
" mormorò Harry, aprendo di più la porta.
"Vieni."
Quando gli passò accanto, colse un accenno del profumo che usava di solito,
mescolato all'odore della sua pelle, una fragranza delicata e personalissima
che aveva sempre avuto il potere di fargli girare la testa. Chiuse la porta,
e vi si appoggiò contro di schiena.
Ginny si era fermata al centro dell'ingresso, ma gli voltava ancora le spalle
Harry aveva una voglia terribile di andare da lei e stringerla fra le braccia,
ma si trattenne.
"Non è cambiato proprio niente
" sussurrò Ginny,
dopo un attimo. Era la prima volta che tornava in quell'appartamento, dopo che
si erano lasciati. Si voltò a guardarlo. "Dopo
quanti anni?"
Harry si schiarì la gola, a disagio. "Sette." disse. Possibile
che non se lo ricordasse?
"Già, sette
dopo tutto questo tempo non è cambiato
proprio niente
" mormorò lei, ma non guardava più la
casa. Stava guardando lui.
Harry si sentì sciogliere dentro. Era da tanto tempo che non lo guardava
in quel modo, da così vicino
sapere che bastava fare un passo e
allungare il braccio per poterla toccare era esaltante e doloroso insieme.
"Harry
" cominciò lei, sottovoce
ma quando incontrò
i suoi occhi si interruppe, abbassò lo sguardo. Avrebbe voluto dirle
di non farlo, di non sentirsi in imbarazzo perché andava tutto bene e
l'avrebbe ascoltata sempre, qualsiasi cosa avesse da dirgli
ma si sarebbe
sentito troppo stupido, patetico. "Ti chiederai che ci faccio qui, a quest'ora
e perché io sia qui proprio stanotte."
Harry sospirò, e si passò una mano fra i capelli, rendendoli ancora
più ispidi e arruffati di quanto fossero già. "Sì,
beh
sono le due del mattino, Ginny." mormorò. "Non è
un'ora normale per
"
"
è che mi manchi, Harry
" lo interruppe lei, con
voce incrinata, senza alzare la testa. Teneva le braccia strette intorno al
corpo, come se avesse ancora freddo, e le sue spalle tremavano leggermente.
"Mi manchi ogni minuto, ogni giorno della mia vita."
Si sentiva come se gli stessero scavando il cuore con una spada. Annientato.
Colpevole. Immensamente triste. La consapevolezza che tutti quegli anni di dolore
non erano serviti a nulla lo colpì senza pietà, come uno schiaffo
in pieno viso
aveva tanto sperato che almeno per lei le cose fossero state
più facili di quanto non fossero state per lui.
Ginny aveva alzato la testa, e lo stava guardando. I suoi occhi scuri sembravano
sempre più grandi, quando piangeva
ed erano così dolci,
così disperati. Non aveva mai sopportato la vista delle sue lacrime,
mai.
"Non piangere, Ginny
" le disse, bisbigliando.
"Dimmi che io non ti manco affatto
" mormorò lei, come
se non lo avesse sentito. Si mordicchiava il labbro inferiore, come faceva sempre
quando era molto nervosa. "Dimmi che non pensi mai a me, che non ti importa
più niente di quello che faccio, di quello che penso, di quello che sogno
"
Harry non riusciva a staccarsi dalla porta
se ci avesse provato, era certo
che sarebbe caduto. Si sentiva malissimo, e il suo mal di testa era peggiorato.
Ginny strinse i pugni, e avanzò di un passo verso di lui.
"Dimmi che mi hai dimenticata, e che non ti svegli mai di notte convinto
di essere ancora accanto a me
" sussurrò ancora, mentre le
lacrime continuavano a scorrerle lungo le guance. "Dimmi che non ti importa
se domani sposerò un altro, che sei felice per me, che mi auguri tutto
il bene del mondo
"
Harry continuava a stare in silenzio, e non riusciva più a guardarla.
Esasperata, Ginny gli arrivò vicino e alzò i pugni, cominciò
a picchiarli contro il suo petto.
"Perché?" gridò, fra i singhiozzi. "Perché
non mi dici tutte queste cose, Harry? Ho bisogno di sentirtele dire! Ne ho bisogno
"
"Ginny
" lui non tentava neanche di parare i colpi, si sentiva
totalmente svuotato. "Ginny, ti prego
"
"Perché mi hai lasciata, se poi non sei neanche capace di dirmi
questo?" gridò lei, disperata. Continuava a colpirlo, ancora e ancora.
"Dimmi che non mi vuoi più, che non mi sogni più, dimmi che
non mi ami, Harry! Dimmi che per te la nostra storia è stata una sciocchezza,
uno stupido errore, una
"
"Basta, Ginny
" Harry le afferrò le braccia, stringendole
le dita intorno ai polsi sottili. Cercò di divincolarsi, ma lui era più
forte e la tenne ferma. "Smettila, ti prego
ti prego."
Ginny smise di agitarsi e gli si appoggiò contro, scoppiando a piangere
più forte. Harry sospirò e la strinse fra le braccia, le accarezzò
dolcemente i capelli, sussurrandole all'orecchio di stare calma, di stare tranquilla.
Sentì che gli passava le braccia intorno alla vita, che lo stringeva
a sé, e chiuse gli occhi, completamente rapito da quel contatto. Quanto
gli era mancata
appoggiò la guancia sui suoi capelli morbidi, e
la cullò dolcemente, come faceva sempre. Ginny singhiozzava, con il viso
nascosto nell'incavo del suo collo, sentiva le lacrime scorrergli sulla pelle.
Odiava vederla piangere.
Le prese il viso fra le mani, e le asciugò le lacrime con la punta delle
dita, muovendole piano sul suo viso arrossato. Le mani di lei si mossero lungo
la sua schiena, accarezzandola piano.
"Non piangere più
" la pregò, guardandola negli
occhi. "Mi fa troppo male vederti così
"
Ginny si stava mordendo il labbro fino quasi a farlo sanguinare. Il suo sguardo
era triste, ferito.
"Harry, per favore
" sussurrò, con voce tremante. "Dimmi
che non mi ami più
dimmelo
dimmi che tutto questo è
servito davvero a qualcosa
"
Avrebbe potuto mentirle
probabilmente sarebbe stata la cosa giusta da
fare
ma non ne era capace. Non poteva dirle che non l'amava più
guardandola negli occhi
quegli occhi che adorava, che sognava quasi ogni
notte. Non poteva.
"Ginny
" cominciò, ma non riuscì a proseguire.
Aveva la gola stretta in una morsa: guardarla piangere per lui era straziante,
soprattutto perché l'amava immensamente
più di qualsiasi
cosa al mondo.
"Harry, io ti amo
" bisbigliò lei, fra i singhiozzi che
ancora la scuotevano. Sembrava che fosse esausta, e che parlare le costasse
uno sforzo enorme. "Ho provato a
a vivere
senza di te
ma non ce la faccio. Non ci riesco..." lo guardò, con gli occhi
ancora pieni di lacrime. "Scusami se ti ho deluso, ma è più
forte di me
"
Nonostante tutto, a Harry venne da sorridere. "Non mi hai deluso
"
sussurrò, con dolcezza. Aveva una lacrima sulla punta del naso
avvicinò le labbra e la asciugò con un bacio. Il contatto con
la pelle di lei gli fece correre un brivido lungo la schiena
aveva voglia
di baciarla, di stringerla, di fare l'amore con lei. I suoi sentimenti dovevano
essere piuttosto evidenti, perché Ginny sembrò leggerli sul suo
viso, come in un libro aperto. Capì dalla sua espressione che era sconcertata
e combattuta almeno quanto lui
probabilmente pensava davvero che l'avesse
dimenticata, che non l'amasse più
ma come aveva potuto pensarlo?
Rimasero a guardarsi per un'eternità, o almeno così sembrò
a lui
e ripensandoci più tardi, non avrebbe saputo dire chi fosse
stato a fare il primo passo. Ricordava solo che un attimo prima era ancora lì,
perso nei suoi occhi, e l'attimo dopo la stava baciando, stringendola così
forte da farle quasi male.
Avevano rischiato di fare l'amore direttamente lì, sul pavimento dell'ingresso
Ginny gli aveva già tolto la maglietta e lui aveva fatto altrettanto
col suo cappotto e con la camicetta, che giacevano sparsi intorno ai loro piedi.
Si stavano baciando senza darsi neanche il tempo di respirare: Harry era ancora
appoggiato di schiena alla porta, e lei gli accarezzava il torace con il palmo
di una mano, mentre l'altra era scesa più in basso, gli aveva slacciato
i bottoni dei jeans e si era avventurata sotto al tessuto
aveva cominciato
ad accarezzarlo ritmicamente, con lentezza, come piaceva a lui.
Prima di perdere totalmente il controllo, Harry interruppe il bacio e la sollevò
fra le braccia, senza il minimo sforzo. Ginny si aggrappò al suo collo,
e ripresero a baciarsi mentre percorrevano il corridoio, in direzione della
camera da letto.
Harry la posò delicatamente sulla coperta, e le scivolò accanto,
riprese a baciarla con passione. La spogliò lentamente, nonostante la
frenesia del momento, perché voleva godersi ogni minimo particolare del
suo corpo
lo aveva sognato così tante volte, negli ultimi sette
anni, che gli sembrava quasi impossibile poterlo di nuovo accarezzare, poterlo
sentire ancora sotto le dita, vivo e palpitante.
Baciò ogni centimetro di pelle che denudava, e Ginny sembrò apprezzare
quel lavoro così attento e meticoloso
quando rimase nuda, lo fece
distendere sulla schiena e gli sfilò i jeans, poi i boxer neri. Si sdraiò
sopra di lui e lo baciò sul collo, scivolando più in basso con
la lingua
gli baciò il petto, lo stomaco, mentre le sue mani continuavano
ad accarezzarlo
le sue labbra scesero ancora più in basso, e si
chiusero intorno a lui, strappandogli un gemito sommesso. I suoi capelli lunghi
e sottili gli solleticavano la pelle, e brillavano alla luce della luna che
entrava dalla finestra. Harry si incantò a fissarli, e ci passò
le dita di entrambe le mani in mezzo, accarezzandoli piano.
La sentì muovere le labbra e far scorrere la lingua su di lui
dovette
chiudere gli occhi e gettare la testa indietro, morsicandosi il labbro per impedirsi
di gridare. Le prese la testa fra le mani e cominciò a muovere i fianchi,
lentamente, accordandosi con il suo ritmo. Ginny allungò un braccio e
con le dita risalì lungo il suo corpo, arrivò a toccargli il viso,
gli accarezzò le labbra
Harry aprì la bocca e lasciò
che le dita scivolassero dentro, gliele succhiò piano, avvolgendole con
la lingua.
Dopo qualche minuto, in cui il silenzio fu interrotto solo dai rumori umidi
della bocca di lei e dai gemiti sommessi di Harry, Ginny risalì verso
l'alto
dopo averlo baciato sulle labbra gli salì sopra, tenendogli
le mani poggiate sul petto. Piegò le ginocchia e scese piano sopra di
lui, penetrandosi lentamente
Harry le mise le mani sui fianchi, e sospirò.
La guardò muoversi sopra di lui, nella semioscurità, e cominciò
a guidarle movimenti con le mani, ondeggiando i fianchi in sincronia con quelli
di lei. Per tutto il tempo, Ginny non smise di guardarlo negli occhi, e il suo
sguardo gli provocava catene di brividi lungo la schiena
Spostò
un braccio e glielo passò intorno alla vita, per tirarla verso di sé
sentì i suoi capelli accarezzargli il viso, i suoi seni schiacciarsi
contro il proprio petto, la sua lingua scivolargli lungo la spalla, poi sul
lato del collo, dietro l'orecchio. Le infilò le dita fra i capelli, dietro
la testa, e la fece voltare, la baciò sulle labbra
cercò
la sua lingua e lei gliela fece trovare, la attorcigliò con la sua, in
una danza lenta ed eccitante.
Harry si tirò su a sedere, e la strinse fra le braccia, scivolò
a baciarle i seni. Lei gli spettinò i capelli, senza smettere di muoversi
sopra di lui, e si aggrappò alle sue spalle, quando si sentì sollevare,
per non farlo uscire da lei mentre la adagiava sulla schiena, sdraiandosi sopra
al suo corpo. Ginny distese le braccia sopra la testa, chiudendo gli occhi,
e di schiuse le labbra lasciandosi sfuggire un lungo sospiro
sul suo viso
credette di leggere qualcosa di molto simile al sollievo, e capiva come si sentisse:
sembrava troppo bello per essere vero. Lei era troppo bella per essere vera
Harry si mosse piano, scivolò a baciarle di nuovo i seni mentre le mani
le risalivano lungo le braccia, in una carezza lenta e sensuale, fino intrecciare
le dita con le sue... Harry aumentò il ritmo delle spinte, affondando
sempre di più dentro di lei
Ginny dovette soffocare i gemiti contro
la sua bocca, e gli allacciò le gambe intorno ai fianchi. Harry le mise
una mano sotto la testa, e la baciò
la baciò finché
non la sentì tremare sotto di sé, e allora anche lui chiuse gli
occhi e si lasciò andare, venendo dentro di lei.
Era seduto sul bordo del letto, con le gambe divaricate e i gomiti poggiati
sulle ginocchia. Osservava le luci della città pulsare lentamente al
dilà dei vetri, e ascoltava il rumore dell'acqua nella doccia
gli
sembrava di avere la testa troppo piena di pensieri confusi, di ricordi indelebili
che si mescolavano con i sogni di una vita che non avrebbe mai avuto. Nonostante
tutto ciò, se solo provava a ragionare in qualche modo, il suo cervello
si rifiutava di funzionare correttamente.
Era come anestetizzato, sganciato dalla realtà. Quello che era successo
era incredibile.
Sentì che Ginny chiudeva il rubinetto della doccia, e pochi istanti dopo
udì passi leggeri dei suoi piedi nudi lungo il corridoio. Arrivò
in camera e salì sul letto, facendo traballare piano il materasso. Gli
strisciò vicino, da dietro, e lo cinse con le braccia, poggiandogli i
palmi delle mani sul petto nudo.
"Cosa fai qui tutto solo al buio
?" sussurrò, posandogli
un bacio su una spalla.
"Cerco di capire se è tutto un sogno o se sta succedendo davvero
"
rispose, sorridendo nell'oscurità. Le mani salirono a coprire le sue,
a stringerle.
Ginny rimase in silenzio per qualche attimo, poi sospirò.
"Che c'è
?" chiese Harry, accarezzandole un braccio. Non
ottenendo risposta si voltò a guardarla, ma la sua espressione - forse
perché l'illuminazione era scarsa - gli sembrò indecifrabile.
"Niente
" mormorò alla fine. Non lo guardava: apparentemente
era assorta a fissare un angolo del comodino lì accanto. "Più
ci penso e più mi sento un'idiota."
"Ginny, non ti seguo
"
"Le cose che ti ho detto prima, Harry
" scosse la testa, e il
suo tono era desolato. "Sembrava che volessi dare la colpa a te di tutto
quello che non va nella mia vita."
"Io non l'ho presa in questo modo
" osservò lui, anche
se doveva ammettere che le parole di lei, appena arrivata, lo avevano abbastanza
scosso. "E sono stato io a lasciarti, per cui hai tutto il diritto di avercela
con me, immagino
"
"Ma l'abbiamo deciso insieme, ricordi
?" fece lei, amara.
"L'ho deciso io
tu hai solo preso atto della mia decisione
"
la contraddisse Harry. Si voltò, tirando su le gambe, e la prese fra
le braccia. "Ma che importanza vuoi che abbia tutto questo, adesso
?"
Ginny scosse la testa. "Non lo so."
Le accarezzò i capelli umidi, restando in silenzio. Sentiva il suono
leggero del suo respiro, il calore del suo fiato sulla pelle
era così
bello poterla tenere di nuovo fra le braccia. Non riusciva a smettere di toccarla,
di accarezzarla, di coccolarla.
"Non ce l'ho con te
" mormorò Ginny, dopo un po'.
"Sì invece
" ribatté Harry, sottovoce. "Sarebbe
strano il contrario."
"Io ho detto di sì, Harry
anche se l'idea non è partita
da me, io
"
"Ti sei mai chiesta che cosa succederebbe se dovessimo scegliere adesso?"
la interruppe lui, senza smettere di accarezzarla.
"Continuamente
" Ginny sospirò. "E so che agirei
diversamente."
Harry sospirò, e cercò di trovare la forza per dire quello che
doveva dire. Perdonami, Ginny, pensò.
"Io invece rifarei esattamente quello che ho fatto
" mormorò,
e la sentì irrigidirsi impercettibilmente fra le sue braccia.
"Perché non mi hai detto la verità, prima, quando te l'ho
chiesta?" disse poco dopo. Il suo non era un tono arrabbiato, o contrariato:
sembrava solo infinitamente stanca.
"Quale verità?" si stupì Harry.
"Che non mi ami, che non pensi a me
che non ti dispiace che
che
" la sua voce si incrinò, e dovette smettere di parlare.
Invece di respingerlo, però, gli si accoccolò contro ancora di
più. Sembrava un pulcino smarrito, e Harry sentì un impeto di
amore immenso riempirgli il cuore.
Le prese il viso fra le mani, e la guardò negli occhi. Lei gli restituì
lo sguardo.
"Non posso dirti che non penso a te
" sussurrò, scostandole
dolcemente le ciocche umide dalle guance "perché non è la
verità."
La vide morsicarsi il labbro inferiore, e spostare gli occhi brevemente.
"E allora qual'è la verità?" si decise a chiedergli,
alla fine. "Qual'è, Harry?"
Non riusciva a guardarlo e Harry capì che aveva paura
e anche che
gran parte della paura era dettata dal fatto che neanche lei sapeva bene quale
risposta avrebbe preferito sentire.
Non avrebbe mai potuto mentirle, anche se forse sarebbe stata la cosa più
facile per entrambi. Le accarezzò il viso e la fece voltare verso di
sé, dolcemente. Lei oppose resistenza e allora le sussurrò:
"Guardami, ti prego
"
Riluttante, lei obbedì. Aveva gli occhi lucidi.
"Ginny
" mormorò, e mentre parlava sentì che veniva
da piangere anche a lui
era così bello poter pronunciare di nuovo
il suo nome guardandola negli occhi. "Penso a te in ogni attimo
Sei
il mio primo pensiero quando mi sveglio, e l'ultimo prima di addormentarmi.
Qualsiasi cosa io stia facendo, una parte di me è sempre con te, ovunque
tu sia. Sei in ogni sogno, in ogni desiderio, in ogni momento felice e in ogni
lacrima di tutti i miei giorni. Sei tutto ciò per cui respiro, lotto,
e spero
sei l'unica ragione per cui vivo. Ti amo immensamente, Ginny
"
si sforzò di sorriderle, ma le labbra gli tremavano troppo. "Questa
è la verità."
Le lacrime cominciarono a scorrerle sul viso già prima che lui avesse
finito di parlare. Sembrava disperata, completamente annientata, e Harry la
strinse a sé per non dover più vedere l'espressione smarrita dei
suoi occhi. Sentiva lo stomaco contrarsi dolorosamente, e un dolore inimmaginabile
attanagliargli il cuore.
"Non so che cosa fare
" la sentì singhiozzare, con la
guancia contro il suo petto. "Non so che cosa devo fare di me, della mia
vita, di ogni cosa
"
Avrebbe tanto voluto poterla aiutare, ma sapeva di non esserne in grado
in tutti quegli anni, non era riuscito ad aiutare neppure se stesso.
Uscirono nel mattino freddo di gennaio, stringendosi l'uno all'altra. Davanti
a loro, al dilà della strada, il parco era ancora silenzioso. La nebbia
si stava alzando lentamente, e i primi raggi del sole la penetravano a fatica.
Ginny attraversò la strada, stretta nel suo cappotto bianco, i lunghi
capelli ramati che le ondeggiavano sulla schiena. Prima di varcare i cancelli
in ferro battuto del parco, si fermò e, dopo una impercettibile esitazione,
si voltò dalla sua parte, sollevò il viso. Harry si accorse che
il mento le tremava, ma si erano fatti una promessa, mentre scendevano le scale:
non ci sarebbero state più parole, né lacrime, durante il loro
addio.
Ginny si portò una mano alle labbra, e gli mandò un bacio
nonostante il dolore, Harry sorrise, e mosse la mano destra nell'aria, fece
il gesto di acchiappare il suo bacio e di portarselo al petto, all'altezza del
cuore. Perdonami, Ginny, pensò, sforzandosi di non piangere. Non riusciva
a staccare gli occhi da lei. Mi mancherai sempre
ogni minuto di ogni giorno
della mia vita
Aveva il cuore gonfio di malinconia, di sofferenza. Sapeva
che quella lunga, meravigliosa notte d'amore aveva segnato il loro addio definitivo,
l'ultimo atto della loro storia tormentata: di lì a poche ore lei si
sarebbe sposata, e il matrimonio era un ostacolo di tangibile, non un semplice
limite mentale. Non ci sarebbero più stati sguardi segreti, sorrisi rubati,
né la speranza inconscia che la vita un giorno, in qualche strano modo,
avrebbe potuto far incrociare di nuovo le loro strade, costringendoli a rivedere
la loro decisione. Era tutto finito, andato, perduto. Per sempre.
Ginny sorrise, il sorriso più triste che Harry avesse mai visto, e si
voltò. Dopo attimi che parvero infiniti, cominciò a camminare
prima lentamente, poi a passo sempre più spedito. Si inoltrò per
i vialetti di ghiaia che entrambi conoscevano così bene, ed era ancora
così vicina
avrebbe ancora potuto attraversare la strada di corsa
e cercare di fermarla, abbracciarla, baciarla un'ultima volta
ma a che
cosa sarebbe servito? Pensò che era tutto come quel giorno di sette anni
prima: il freddo, la nebbia, il dolore
soprattutto il dolore, che sembrava
cento, mille volte più intenso di allora.
Mentre la guardava allontanarsi sempre di più, diventare un puntino bianco
perso nel grigiore del mattino invernale, Harry si rese conto che non erano
mai stati così vicini, e così lontani, come in quegli ultimi istanti.